Archivia per 14 Maggio 2008

14
Mag

Note sull’uso proprio dell’informazione.

Bisogna partire da un assunto fondamentale: in ogni epoca l’ideologia vincente è quella di chi domina. Senza aver assimilato ciò, è difficile capire non solo l’attuale fase della politica nostrana ma anche la politica tout-court. Secondo assunto: questa separazione della collettività in dominanti e dominati è la conseguenza del frazionamento del corpo sociale in base agli interessi ed al modo storicamente determinato - nonchè alle contingenze del presente - che li rendono realizzabili. Ora, la ricomposizione di una società divisa non può avvenire per decreto o per omissione continua dell’esistenza di questi contrapposti interessi.

Nonostante ciò, la politica, ovvero il livello ideologico della nostra vita quotidiana, persegue questo obiettivo, omettendo non solo la realtà dei molteplici interessi operanti nella società contemporanea italiana ma pure pretendendo di dettare - gesuiticamente - la giusta soluzione dei problemi, con un immane sforzo propagandistico attraverso l’uso ossessivo dei media di massa per insegnare comportamenti sociali, stili di vita, opinioni apodittiche, in uno stile pragmaticamente assertivo privo di contradditorio. Taluni si impongono di chiamare questa cosa “operazione culturale”. Ma etichettarla in questo modo sarebbe come pretendere di far passare il dileggio per buona educazione.

Da questo imponente castello ideologico propagandato costantemente dai media di massa possiamo notare la emergenza di alcuni mantra fondamentali: “libertà…libertà…libertà…”, “il paese necessità di governabilità…”, “il bene del paese…”, “il paese deve ripartire…”. Sono dei mantra recitati costantemente, ad esorcizzare la scarsa affidabilità del sistema complessivo che fa acqua da ogni parte come il sistema di tubazioni delle nostre città. Non è, infatti, possibile crescere sempre e la libertà viene declinata in una infinità di modi differenti a seconda delle comodità del momento e di chi ne parla. Questo è, comunque, l’uso proprio dell’informazione. Esso va nell’esclusiva direzione di tutelare il comitato d’affari (molto ampio, per l’amor di dio…) che domina in questo momento, tradendone continuamente le intenzioni.

Esse sono: il persistere della sperequazione e del classismo conseguente; un rapporto insano tra le persone ed i popoli improntato sulla reciproca competizione senza remore morali; la nulla considerazione verso le sorti del nostro habitat naturale, visto anzi come oggetto di indefinito sfruttamento; la totale assenza di riconoscimento della variegazione di cui l’umanità é composta. Al contrario, le differenze sono vissute come una minaccia: su di esse si abbatte la furia omologatrice dei potenti.

Perciò le richieste di democratizzazione, stando i rapporti di potere così cristallizzati nel nostro paese, che senso hanno? Non sarebbe meglio partire prima dai bisogni reali e da chi li manifesta e poi realizzare una necessità di rappresentarli? Ripartire, cioé, dalla realtà per giungere alla sua rappresentazione e non viceversa, come invece comoda al comitato d’affari oggi dominante?

14
Mag

Note sul microcredito.

167.jpgCome più volte ci ricordò Berlusconi, il rimedio alla povertà sociale è l’elemosina. Inoltre, come tutti i governi si impegnano ad insegnarci con diuturno sforzo, il capitalismo ha stabilizzato il debito pubblico, nel mentre privata ha custodito la ricchezza e - quindi - la facoltà di dare o avere credito.


Sulla tomba di Roberto Owen , socialista utopista, si può leggere che egli aspirava a “un più elevato stato sociale mediante la composizione degli interessi tra capitale e lavoro”. Egli era il propugnatore del riformismo sociale, della cooperazione, dell’auto aiuto etico, della fiducia nell’altro, dell’Equitable labor exchange (che si fondava su uno scambio equo di prodotti, basati sul principio di lavoro a fronte di lavoro), dell’Equitable banks of exchange (dove i “buoni lavoro” però trovavano accettazione solo all’interno dell’Equitable labor exchange…).


Ed eccoci a Muhammad Yunus che 2 secoli più tardi, si pregia di affermare: “Nel 1977 non avevamo nessuna idea di come gestire una banca dei poveri. Dovevamo imparare tutto da zero.” Questa affermazioni si spiega o con l’ignoranza dello sviluppo capitalistico nella storia europea o con un furbesco ricavare dall’insegnamento di questo (a parole negato) la ricetta speciale della massimizzazione del credito nel 20° e 21° secolo.
Il precedente riferimento a Owen vuole ristabilire una certa distanza tra gli intenti - sinceri e generosamente umanitari - del socialismo ottocentesco (fallito) e la sua appropriazione di facciata ma “ragionevolmente” capitalista a mascheramento di profitti ed interessi bancari.
La Grameen Bank (sorta unitamente a fondi etici in USA e Gran Bretagna), oggi conta più di 7 milioni di clienti e 2000 miliardi di $ di movimento. E’ la 2^ banca in Bangladesh ed è presente in 57 paesi. Yunus sostiene che questa banca si comporti in maniera opposta alle altre banche: al posto di grandi crediti, ne fornisce di minimi, non chiede garanzie o avvalli e si basa sulla fiducia. Sostiene inoltre che la banca non trae profitti ma consente un “reddito più proficuo”, non ha a che fare col capitale finanziario ma col “capitale umano”, risponde a bisogni sociali, si batte contro le imprese basate sulla cupidigia e per la riduzione dell’intervento statale (al contrario della “sinistra massimalista”), si autodefinisce tra pubblico e privato, come “settore privato guidato dall’impegno sociale”.
Col microcredito si vorrebbe dimostrare che il vero obiettivo è l’eradicazione della povertà, non il profitto. La Grameen, invece, è una holding cui fanno capo 17 istituzioni nei campi delle comunicazioni, dell’informatica, dell’abbigliamento, dell’istruzione. Progetti di microfinanziamenti vengono ora inseriti anche all’interno della Banca Mondiale, e tale strumento è diffuso in oltre un centinaio di nazioni sul modello della Grameen. Il “recupero crediti” si aggira intorno al 98%, il più alto del mondo. Il criterio dell’erogazione del credito è quello per cui anche un poverissimo (si escludono dal diritto di cui sopra solo coloro che vivono con meno di 1$ al giorno!) può “sviluppare ricchezza”.
Quello che viene omesso è che a creare ricchezza nella nostra società è la forza-lavoro (che sia o no miserabile) libera sul mercato e che una quota seppur minima viene appropriata dal creditore sotto forma di interesse. Sia Yunus che i suoi soci e collaboratori insistono - infatti - sulla autonomia micro-imprenditoriale o del lavoro indipendente; infatti solo la libera vendita della propria forza lavoro garantisce la libera requisizione del mini-plusvalore prodotto, in quantità tanto più estensibili quanto più sono i poveri-laboriosi del mondo.
L’arcano del dichiarato “non sfruttamento” del banchiere dei poveri deve essere confrontato con l’incremento vertiginoso del suo capitale monetario e delle sue filiali mondiali.

Bisogna dunque dire che: 1-il miglioramento obiettivo (dovuto al microcredito) di alcune situazioni singole o di piccoli gruppi con investimento lavorativo non incide di fatto sulle cause strutturali della povertà che si riproduce continuamente e 2-l’utilità della micro-finanza è del capitale che riesce così a razionalizzare in maniera capillare la sua accumulazione di plusvalore.
Se facciamo un esempio specifico, citato dallo stesso Yunus e di cui egli va fiero, quello della predisposizione della itticoltura in Bangladesh nel 1986, si tratta di un investimento profittevole: l’eliminazione degli sprechi, il reinvestimento produttivo, hanno permesso l’estensione del mercato capitalistico (sconosciuto fino a qualche decennio fa) funzionale ad una addizionale accumulazione di un plusvalore altrimenti irrecuperabile. Lo stesso Yunus dichiarò che l’obiettivo era stato quello di sviluppare un’economia di mercato vincente. Quindi, anche il micro-credito è costretto a migliorare condizioni di vita sociale nella misura in cui il suo unico fine è l’appropriazione di plusvalore fin dove possibile e non il contrario.

Conclusa l’opzione socialista o comunista per non parlare di quella del “regno dei cieli”, molti (in ordine numerico decrescente) a sinistra, nel mondo dell’impegno sociale cattolico, hanno voluto vedere in queste esperienze (storicamente già viste) degli avvicinamenti ad un ideale sociale ormai non più raggiungibile, accontendandosi - ma senza mai ammetterlo - di un “capitalismo dal volto umano”…finchè dura. Nessun problema a credere in un siffatto capitalismo, basta dirlo chiaramente.
Una verifica di quanto sostenuto sopra, si ha nelle motivazioni che sconsigliano l’erogazione dei crediti: se questi non impegnano direttamente i beneficiari in attività lavorative ma servono a combattere il degrado sociale o ambientale.
Un esempio emblematico: Etiopia, 75 milioni di abitanti, 50% della popolazione sotto la soglia della povertà. La Yessica saving and credit cooperative avviò nel 1997 una serie di corsi formazione con assistenza economica e logistica per ragazzi con l’obiettivo di poter rendere autonomi e autosufficienti i beneficiari una volta usciti dal programma. Nonostante il fine di questa cooperativa non è risultato essere il credito l’obiettivo della stessa. Come da link, la valorizzazione degli individui, la loro socializzazione, la mancanza di competenze dei componenti, la predefinizione di regole statutarie, l’uso dei prestiti per il consumo, la mancanza di cultura del credito e quindi l’incapacità di restituire lo stesso entro tempi pattuiti, hanno determinato il fallimento del programma con decisione di non effettuare più prestiti.
Serge Latouche, filosofo della decrescita, nel libro “Economia senza giustizia” (2003) mostra l’involuzione civile e sociale delle società opulente. Egli afferma che l’economia di “Comunione - finanze etiche, commercio equo e solidale - sono progetti di mistificazione per anime belle, funzionali alla rassicurazione delle coscienze, ma nei fatti interni ai meccanismi di mercato “oggettivamente disumani” con finalità esclusivamente volte alla realizzazione di profitti anche se soggettivamente agiti con intenzioni solidaristiche. Queste intenzioni contribuiscono - comunque - a trasporre su piani morali quanto attiene alle necessità materiali di leggi economiche immodificabili con la sola buona volontà.
L’economista Robert Pollin conclude che in Bangldesh e in Bolivia (paesi ad alto tasso di successo del micro-credito) la povertà resta ai primi livelli del pianeta.
Il Nobel assegnato a Yunus (1,4 milioni di $) dovrebbe essere il premio alla sua lotta al neoliberismo. Ma da quando il FMI e la Banca Mondiale hanno reso il micro-credito un vero e proprio impero, alcuni l’hanno definito macro-racket. L’indebitamento ha raggiunto livelli molto alti e le sanzioni per le inadempienze sono diventate dure. I cittadini indebitati vengono lasciati soli dai governi e spesdso tornano a rivolgersi agli usurai per ripagare i debiti contratti con le banche. Purtroppo la nuova industria del microcredito nata dal bisogno sociale di questo si nutre agli ordini di un profitto privato generatore di nuovo impoverimento sociale.




 

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