Archivia per Maggio 2008

14
Mag

Note sull’uso proprio dell’informazione.

Bisogna partire da un assunto fondamentale: in ogni epoca l’ideologia vincente è quella di chi domina. Senza aver assimilato ciò, è difficile capire non solo l’attuale fase della politica nostrana ma anche la politica tout-court. Secondo assunto: questa separazione della collettività in dominanti e dominati è la conseguenza del frazionamento del corpo sociale in base agli interessi ed al modo storicamente determinato - nonchè alle contingenze del presente - che li rendono realizzabili. Ora, la ricomposizione di una società divisa non può avvenire per decreto o per omissione continua dell’esistenza di questi contrapposti interessi.

Nonostante ciò, la politica, ovvero il livello ideologico della nostra vita quotidiana, persegue questo obiettivo, omettendo non solo la realtà dei molteplici interessi operanti nella società contemporanea italiana ma pure pretendendo di dettare - gesuiticamente - la giusta soluzione dei problemi, con un immane sforzo propagandistico attraverso l’uso ossessivo dei media di massa per insegnare comportamenti sociali, stili di vita, opinioni apodittiche, in uno stile pragmaticamente assertivo privo di contradditorio. Taluni si impongono di chiamare questa cosa “operazione culturale”. Ma etichettarla in questo modo sarebbe come pretendere di far passare il dileggio per buona educazione.

Da questo imponente castello ideologico propagandato costantemente dai media di massa possiamo notare la emergenza di alcuni mantra fondamentali: “libertà…libertà…libertà…”, “il paese necessità di governabilità…”, “il bene del paese…”, “il paese deve ripartire…”. Sono dei mantra recitati costantemente, ad esorcizzare la scarsa affidabilità del sistema complessivo che fa acqua da ogni parte come il sistema di tubazioni delle nostre città. Non è, infatti, possibile crescere sempre e la libertà viene declinata in una infinità di modi differenti a seconda delle comodità del momento e di chi ne parla. Questo è, comunque, l’uso proprio dell’informazione. Esso va nell’esclusiva direzione di tutelare il comitato d’affari (molto ampio, per l’amor di dio…) che domina in questo momento, tradendone continuamente le intenzioni.

Esse sono: il persistere della sperequazione e del classismo conseguente; un rapporto insano tra le persone ed i popoli improntato sulla reciproca competizione senza remore morali; la nulla considerazione verso le sorti del nostro habitat naturale, visto anzi come oggetto di indefinito sfruttamento; la totale assenza di riconoscimento della variegazione di cui l’umanità é composta. Al contrario, le differenze sono vissute come una minaccia: su di esse si abbatte la furia omologatrice dei potenti.

Perciò le richieste di democratizzazione, stando i rapporti di potere così cristallizzati nel nostro paese, che senso hanno? Non sarebbe meglio partire prima dai bisogni reali e da chi li manifesta e poi realizzare una necessità di rappresentarli? Ripartire, cioé, dalla realtà per giungere alla sua rappresentazione e non viceversa, come invece comoda al comitato d’affari oggi dominante?

14
Mag

Note sul microcredito.

167.jpgCome più volte ci ricordò Berlusconi, il rimedio alla povertà sociale è l’elemosina. Inoltre, come tutti i governi si impegnano ad insegnarci con diuturno sforzo, il capitalismo ha stabilizzato il debito pubblico, nel mentre privata ha custodito la ricchezza e - quindi - la facoltà di dare o avere credito.


Sulla tomba di Roberto Owen , socialista utopista, si può leggere che egli aspirava a “un più elevato stato sociale mediante la composizione degli interessi tra capitale e lavoro”. Egli era il propugnatore del riformismo sociale, della cooperazione, dell’auto aiuto etico, della fiducia nell’altro, dell’Equitable labor exchange (che si fondava su uno scambio equo di prodotti, basati sul principio di lavoro a fronte di lavoro), dell’Equitable banks of exchange (dove i “buoni lavoro” però trovavano accettazione solo all’interno dell’Equitable labor exchange…).


Ed eccoci a Muhammad Yunus che 2 secoli più tardi, si pregia di affermare: “Nel 1977 non avevamo nessuna idea di come gestire una banca dei poveri. Dovevamo imparare tutto da zero.” Questa affermazioni si spiega o con l’ignoranza dello sviluppo capitalistico nella storia europea o con un furbesco ricavare dall’insegnamento di questo (a parole negato) la ricetta speciale della massimizzazione del credito nel 20° e 21° secolo.
Il precedente riferimento a Owen vuole ristabilire una certa distanza tra gli intenti - sinceri e generosamente umanitari - del socialismo ottocentesco (fallito) e la sua appropriazione di facciata ma “ragionevolmente” capitalista a mascheramento di profitti ed interessi bancari.
La Grameen Bank (sorta unitamente a fondi etici in USA e Gran Bretagna), oggi conta più di 7 milioni di clienti e 2000 miliardi di $ di movimento. E’ la 2^ banca in Bangladesh ed è presente in 57 paesi. Yunus sostiene che questa banca si comporti in maniera opposta alle altre banche: al posto di grandi crediti, ne fornisce di minimi, non chiede garanzie o avvalli e si basa sulla fiducia. Sostiene inoltre che la banca non trae profitti ma consente un “reddito più proficuo”, non ha a che fare col capitale finanziario ma col “capitale umano”, risponde a bisogni sociali, si batte contro le imprese basate sulla cupidigia e per la riduzione dell’intervento statale (al contrario della “sinistra massimalista”), si autodefinisce tra pubblico e privato, come “settore privato guidato dall’impegno sociale”.
Col microcredito si vorrebbe dimostrare che il vero obiettivo è l’eradicazione della povertà, non il profitto. La Grameen, invece, è una holding cui fanno capo 17 istituzioni nei campi delle comunicazioni, dell’informatica, dell’abbigliamento, dell’istruzione. Progetti di microfinanziamenti vengono ora inseriti anche all’interno della Banca Mondiale, e tale strumento è diffuso in oltre un centinaio di nazioni sul modello della Grameen. Il “recupero crediti” si aggira intorno al 98%, il più alto del mondo. Il criterio dell’erogazione del credito è quello per cui anche un poverissimo (si escludono dal diritto di cui sopra solo coloro che vivono con meno di 1$ al giorno!) può “sviluppare ricchezza”.
Quello che viene omesso è che a creare ricchezza nella nostra società è la forza-lavoro (che sia o no miserabile) libera sul mercato e che una quota seppur minima viene appropriata dal creditore sotto forma di interesse. Sia Yunus che i suoi soci e collaboratori insistono - infatti - sulla autonomia micro-imprenditoriale o del lavoro indipendente; infatti solo la libera vendita della propria forza lavoro garantisce la libera requisizione del mini-plusvalore prodotto, in quantità tanto più estensibili quanto più sono i poveri-laboriosi del mondo.
L’arcano del dichiarato “non sfruttamento” del banchiere dei poveri deve essere confrontato con l’incremento vertiginoso del suo capitale monetario e delle sue filiali mondiali.

Bisogna dunque dire che: 1-il miglioramento obiettivo (dovuto al microcredito) di alcune situazioni singole o di piccoli gruppi con investimento lavorativo non incide di fatto sulle cause strutturali della povertà che si riproduce continuamente e 2-l’utilità della micro-finanza è del capitale che riesce così a razionalizzare in maniera capillare la sua accumulazione di plusvalore.
Se facciamo un esempio specifico, citato dallo stesso Yunus e di cui egli va fiero, quello della predisposizione della itticoltura in Bangladesh nel 1986, si tratta di un investimento profittevole: l’eliminazione degli sprechi, il reinvestimento produttivo, hanno permesso l’estensione del mercato capitalistico (sconosciuto fino a qualche decennio fa) funzionale ad una addizionale accumulazione di un plusvalore altrimenti irrecuperabile. Lo stesso Yunus dichiarò che l’obiettivo era stato quello di sviluppare un’economia di mercato vincente. Quindi, anche il micro-credito è costretto a migliorare condizioni di vita sociale nella misura in cui il suo unico fine è l’appropriazione di plusvalore fin dove possibile e non il contrario.

Conclusa l’opzione socialista o comunista per non parlare di quella del “regno dei cieli”, molti (in ordine numerico decrescente) a sinistra, nel mondo dell’impegno sociale cattolico, hanno voluto vedere in queste esperienze (storicamente già viste) degli avvicinamenti ad un ideale sociale ormai non più raggiungibile, accontendandosi - ma senza mai ammetterlo - di un “capitalismo dal volto umano”…finchè dura. Nessun problema a credere in un siffatto capitalismo, basta dirlo chiaramente.
Una verifica di quanto sostenuto sopra, si ha nelle motivazioni che sconsigliano l’erogazione dei crediti: se questi non impegnano direttamente i beneficiari in attività lavorative ma servono a combattere il degrado sociale o ambientale.
Un esempio emblematico: Etiopia, 75 milioni di abitanti, 50% della popolazione sotto la soglia della povertà. La Yessica saving and credit cooperative avviò nel 1997 una serie di corsi formazione con assistenza economica e logistica per ragazzi con l’obiettivo di poter rendere autonomi e autosufficienti i beneficiari una volta usciti dal programma. Nonostante il fine di questa cooperativa non è risultato essere il credito l’obiettivo della stessa. Come da link, la valorizzazione degli individui, la loro socializzazione, la mancanza di competenze dei componenti, la predefinizione di regole statutarie, l’uso dei prestiti per il consumo, la mancanza di cultura del credito e quindi l’incapacità di restituire lo stesso entro tempi pattuiti, hanno determinato il fallimento del programma con decisione di non effettuare più prestiti.
Serge Latouche, filosofo della decrescita, nel libro “Economia senza giustizia” (2003) mostra l’involuzione civile e sociale delle società opulente. Egli afferma che l’economia di “Comunione - finanze etiche, commercio equo e solidale - sono progetti di mistificazione per anime belle, funzionali alla rassicurazione delle coscienze, ma nei fatti interni ai meccanismi di mercato “oggettivamente disumani” con finalità esclusivamente volte alla realizzazione di profitti anche se soggettivamente agiti con intenzioni solidaristiche. Queste intenzioni contribuiscono - comunque - a trasporre su piani morali quanto attiene alle necessità materiali di leggi economiche immodificabili con la sola buona volontà.
L’economista Robert Pollin conclude che in Bangldesh e in Bolivia (paesi ad alto tasso di successo del micro-credito) la povertà resta ai primi livelli del pianeta.
Il Nobel assegnato a Yunus (1,4 milioni di $) dovrebbe essere il premio alla sua lotta al neoliberismo. Ma da quando il FMI e la Banca Mondiale hanno reso il micro-credito un vero e proprio impero, alcuni l’hanno definito macro-racket. L’indebitamento ha raggiunto livelli molto alti e le sanzioni per le inadempienze sono diventate dure. I cittadini indebitati vengono lasciati soli dai governi e spesdso tornano a rivolgersi agli usurai per ripagare i debiti contratti con le banche. Purtroppo la nuova industria del microcredito nata dal bisogno sociale di questo si nutre agli ordini di un profitto privato generatore di nuovo impoverimento sociale.

09
Mag

Il giorno della memoria.

GRAVE CENSURA NEL GIORNO DELLA MEMORIA

Oggi, 9 maggio, “Giorno della memoria delle vittime di stragi e terrorismo”, durante la cerimonia ufficiale che si è svolta davanti al Capo dello Stato, la Rai (radio televisione italiana) ha censurato il discorso del Presidente dell’Unione Vittime per Stragi Paolo Bolognesi.
Probabilmente la Rai temeva che le sue parole si diffondessero nel Paese.

Questa è l’ennesima offesa alle vittime e alla ricerca della verità.

Il Presidente
Paolo Bolognesi

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TESTO DEL DISCORSO CENSURATO DALLA RAI

Roma 9 maggio 2008

Questo intervento è il frutto di una riflessione dell’Unione Vittime per Stragi che comprende le associazioni delle vittime delle stragi: di Piazza Fontana di Milano del 12 dicembre del 1969, di Piazza della Loggia di Brescia del 28 maggio 1974, del Treno Italicus del 4 agosto del 1974, della Stazione Centrale di Bologna del 2 agosto 1980, del Treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984, di Via dei Georgofili di Firenze del 27maggio 1993.
L’istituzione di una giornata per ricordare le vittime del terrorismo e delle stragi, voluto con determinazione dai familiari delle vittime, dal Presidente della Repubblica e da tutto il Parlamento, è un fatto estremamente importante, di cui è ampiamente condiviso l’alto valore etico, politico e sociale.
Il terrorismo ha indubbiamente segnato nel Paese pagine tragiche, ha messo a rischio la tenuta democratica delle nostre istituzioni, è stato sconfitto nelle sue forme più organizzate, ma non é morto, anzi é ancora vivo con frange pericolose, che gli organi preposti alla sicurezza in più occasioni hanno invitato a non sottovalutare.
Vi sono poi i terroristi che godono di grandi spazi pubblici come se i veri eroi fossero loro e non le vittime e chi ha perso la vita per contrastarli.
Nel corso degli anni abbiamo assistito ad una costante rimozione della verità: sono stati messi in cattedra i terroristi e le vittime hanno dovuto subire anche l’umiliazione degli assassini, inopinatamente divenuti opinionisti e dispensatori di consigli alle giovani generazioni per le loro scellerate esperienze di vita.

Commemorare le vittime del terrorismo e delle stragi ha quindi il valore alto del ricordo, la funzione vitale di strumento per la formazione delle nuove generazioni, che non sempre hanno vissuto direttamente quelle tragedie.
Ha il compito di ricordare il passato per evitare comunque nel futuro i drammi e le sofferenze di quelle tragiche fasi.
Dobbiamo ricordare che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state 14 stragi con un numero spaventoso di morti e feriti, ma che in nessuna di esse si è arrivati a colpire mandanti e ispiratori politici.
Alla fine degli anni 70, un noto neofascista spiegava a uno dei suoi adepti “che una strage non ha senso se non c’è chi può coglierne gli effetti politici”. Coloro che hanno utilizzato le stragi e il terrorismo per fini politici non sono stati individuati dai processi, sono ancora tra noi e sono impuniti.
Di quei tragici eventi lascia un ricordo particolarmente amaro il coinvolgimento degli apparati di sicurezza, fenomeno talmente esteso da chiamare in causa chi aveva su di essi poteri di nomina e controllo politico.
Il coinvolgimento di uomini dei servizi segreti nei depistaggi e nelle coperture date ai terroristi e l’impedire ai giudici di arrivare alla verità è un punto cruciale per la comprensione di quegli anni bui e non deve essere in alcun modo accantonato.
Ai parlamentari e ai rappresentanti delle istituzioni che oggi sono qui con noi, diciamo che sono qui non solo per ricordare le vittime, ma anche per prendere impegni dei quali i familiari e i cittadini nel prossimo anniversario chiederanno conto.
L’attuale Parlamento deve inaugurare una nuova stagione politica finalizzata alla ricerca della verità, ove non vi sia più spazio per segreti e reticenze, anche per dare un senso alla legge n. 124/2007 che recepisce in parte la proposta di legge di iniziativa popolare per l’”Abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo”, presentata dalle associazioni delle vittime al Senato nel 1984.
Le leggi vanno applicate nella loro interezza, i decreti attuativi non debbono stravolgerne o limitarne l’esecuzione
E’ importante che chi ha attentato alla vita democratica del Paese venga finalmente punito.
Aprire gli armadi non deve essere solo uno slogan, a questo punto vi sono anche gli strumenti legislativi per farlo senza incertezze e reticenze
Pensiamo sia giunto il tempo per un giudizio anche politico sullo stragismo che determini l’allontanamento dalle istituzioni di chi lo ha favorito anche solo con la sua colpevole inerzia.

Il 9 maggio giorno della memoria deve essere anche il momento per fare il punto di una situazione ormai insostenibile per la disattenzione con cui vengono trattate le vittime dal Parlamento.
La legge 206/04 già approvata ” Nuove norme per le vittime del terrorismo e delle stragi di tali matrice” è in gran parte inattuata e disattesa.
Negli anniversari le promesse di soluzione vengono fatte per essere dimenticate durante tutto il resto dell’anno. È una situazione inaccettabile che vede i familiari sotto continua umiliazione per ottenere quanto previsto dalla legge. Occorre venga nominato un autorevole referente a cui convogliare le varie problematiche irrisolte per far sì che trovino tempestiva attuazione da parte delle rispettive amministrazioni.
Le altre leggi depositate in Parlamento quali: la “Legge quadro per l’assistenza alle vittime di reato”, la modifica dell’articolo 111 della Costituzione detto del “Giusto processo”, l’istituzione del “Reato di depistaggio”, oggi mancante in Italia, tutte queste leggi sono rimaste ferme da anni, legislatura dopo legislatura coperte da promesse e assicurazioni di ogni tipo per poi essere lasciate immobili nelle varie commissioni.
Credo sia importante un serio impegno da parte dei rappresentanti delle istituzioni e degli eletti del popolo affinché finisca questa situazione aberrante che vede le vittime ricordate negli anniversari, ma umiliate e derise per tutto il resto dell’anno.

Il Presidente
Paolo Bolognesi

Associazione 2 agosto 1980

09
Mag

Frequenze e democrazia…

Parlamentari dell’Italia dei Valori hanno spedito una lettera, molto chiara e puntuale, a Prodi. Il tema è sempre quello che va avanti da 6 anni: la illegalità del non accesso di Europa 7 alle frequenze TV che le spettano di diritto. La lettera è leggibile qui avanti –> 1

Ma questo atteggiamento del governo, sia esso rappresentato dalla destra o dalla sinistra, non è una novità. In effetti lo sapevamo già che c’era “del marcio in Danimarca”. Il video qui sotto ve lo ridice chiaramente di che pasta è fatto il regime “bi-partisan” che ci hanno cucito addosso.

08
Mag

Il cavallo di Troia dei “Diritti Umani”.

Se chiedete ad un qualsiasi cittadino occidentale quale sia il significato dell’allocuzione “rispetto dei diritti umani”, egli vi risponderà in modo poco chiaro, confuso. Molti non sanno nemmeno quali siano i diritti umani; altri ancora vi risponderanno che essi si riferiscono alla possibilità di non essere incarcerati se si esprimono idee contrarie a quelle dominanti; altri ancora al rispetto dello “stato di diritto” (anch’esso collegato strettamente con l’ideologia dei “diritti umani”). Nessuno, possiamo fare una scommessa, vi dirà che essi comprendono anche il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, ad una condizione economica dignitosa che possa permettere lo svolgimento di una vita al massimo delle proprie possibilità di essere umano.

Questi ultimi diritti vengono ampiamente disattesi negli Stati Uniti, mentre vengono applicati meglio, forse approssimativamente ma meglio, in molti di quei paesi che sono oggetto dell’antipatia se non proprio della persecuzione dei campioni della democrazia e della libertà.

Ma ciò è ovvio: l’occidente ritiene tutelati, dal proprio sistema, quei diritti che sono oggetto di compravendita mercantile: salute, lavoro, istruzione, dignità di vita (accesso al consumo) sono “prodotti” che possono essere acquistati sul mercato e come tali non sono oggetto di critica, in quanto il mercato non può essere criticato. Altro fatto concerne la reale tutela di queste necessità umane. In tutto il mondo occidentale, pochissimi sono soddisfatti della situazione che concerne quei diritti di base, elementari. Tutt’altro. Ma essi non sono seriamente presi in considerazione da alcuna agenda politica; gli stessi partiti politici di sinistra, solitamente e costantemente, al solo sentir pronunciare questi temi si sganasciano in grasse risate. Salvo accennarne strumentalmente, in periodi di vendemmia elettoralistica.

In particolare, mi preme accennare al caso della Corte Interamericana de Derechos Humanos che ha denunciato, grazie ai “servi sciocchi” (giornalisti e dirigenti) di Globovision (un canale privato venezuelano) presunte violazioni dei “diritti umani” operati dal governo Bolivariano del Venezuela nei loro confronti. E’ da notare che, nei decenni scorsi, questa Corte, creata dal governo degli Stati Uniti e da essa finanziata ed ideologizzata pesantemente, non ha praticamente operato, tacendo di fatto sulle innumerevoli, tremende violazioni dei diritti umani nel continente latinoamericano. Stranamente essa è divenuta attivamente operativa solo da quando il Venezuela e il suo presidente bolivarista hanno chiaramente manifestato la propria volontà di indipendenza economica e politica dal gigante imperialista, denunciandone sia implicitamente che esplicitamente i vari misfatti.

Gli attacchi pretestuosi degli Stati Uniti al Venezuela non possono però farci dimenticare la costante, sistematica violazione dei diritti umani da parte degli stessi: da Guantanamo all’Iraq, dall’Afghanistan a casa propria, essi hanno sempre dimostrato che l’uso strumentale di argomenti speciosi è la loro più fruttuosa attività. Non più in grado di essere monopolisti nei settori industriali o della finanza, essi si sono gettati a capofitto nella costruzione di questi “reality-show ad argomento politico-morale”, guadagnandosi i nostri complimenti per la creatività e fantasie dimostrate.

Ma qual’è l’intendimento di essi? É quello di creare, attraverso l’uso di questo mantra ripetuto all’infinito, le condizioni migliori per allargare, mantenere in maniera impunita il proprio ruolo di battistrada della “libertà d’impresa”, vero significato sottostante tutti i richiami, ormai vetusti, proferiti attraverso il diabolico mantra. Ed è conseguenza logica che questa “libertà”, poco si addica al paesaggio che essa ha lasciato dopo essere stata applicata: ne sanno qualcosa i cittadini del sudamerica iper-sfruttati, torturati col beneplacito dei servizi statunitensi, nemmeno più servi in casa propria. Non è un caso che in latinoamerica le coscienze, messe a durissima prova da questo tipo di “libertà e tutela dei diritti” si siano risvegliate e si oppongano alla protervia imperiale nordamericana. Il dileggio di cui sono oggetto è un complimento: vuol dire che la loro lotta stà raggiungendo dei risultati.

05
Mag

Moralismi.

Autore: Sanjilops

Recentemente (periodo natalizio) alcuni parlamentari di sinistra (verdi e rifondazione) si sono lamentati del film di Massimo Boldi: ora, a me Boldi non piace, non sopporto i fratelli Vanzina né Neri Parenti né tutta la cricca dei film di Natale, ma non per questo giustifico un intervento di 3 o 4 (non ricordo) parlamentari organizzati contro un film che, idiota e commerciale quanto volete, è pur sempre una libera espressione di contenuti! Questo per ribadire che non importa la posizione della Chiesa, ma il fatto stesso che debba assumere una posizione (così come i parlamentari, laici o cattolici che siano).
Ciononostante, la discussione è inevitabilmente scivolata dove non doveva, cioè sul problema “è giusto o no che Welby muoia?”, problema che non è di nessuno se non di coloro che lo stanno vivendo (se ci fosse un malato terminale cattolico che chiedesse di non morire e qualche potente pro-eutanasia volesse dire la sua, mi trovereste indignato esattamente allo stesso modo); inoltre, non appena si è andati a toccare la chiesa, si è aperto il dibattito sulla laicità dello stato, inevitabilmente degenerato nel circo eutanasia sì eutanasia no, gay sì gay no, aborto sì aborto no…

02
Mag

L’Università italiana.

Cosa pensa un’osservatrice indipendente e straniera come Nina Rothenberg, giornalista tedesca freelance che collabora a diversi giornali nel suo paese ed insegnante a Roma, dell’università italiana?
“A parte la cronica mancanza di fondi e gli effetti disastrosi delle passate riforme che hanno aumentato il clientelismo anzichè ridurlo, spesso i professori sembrano restii a seguire gli allievi nello studio e a trattarli col dovuto rispetto. A differenza della maggior parte delle università europee in Italia non è stato introdotto nessun sistema di valutazione dei docenti. “

E’ strano anche assistere agli sforzi che gli studenti italiani devono fare per imparare: è difficile trovare corsi di lingue e di informatica accessibili nelle università e colpisce vedere che ci sono ancora generazioni di studenti sotto i 30 anni che non sanno l’inglese e non hanno mai fatto una ricerca vera a e propria in vita loro. [...] oggi spesso gli studenti devono ricorrere a costosi corsi privati, un impegno economico che si aggiunge agli affitti da capogiro, alle tasse universitarie e al costo della vita in aumento.[...]Spezzare le rigide strutture di potere e il sistema clientelare nelle università è una delle sfide più grandi che il governo ha di fronte.Significa rendere le procedure di selezione trasparenti e accessibili a candidati esterni, stranieri compresi.[...] si tratta di sviluppare gli elementi positivi dell’istruzione italiana: quella profondità e quel rigore intellettuale che rendono i ricercatori italiani così attraenti per i datori di lavoro stranieri”.
Un atto d’accusa verso la nostra classe dirigente che baratta la trascuratezza di un ambito (quello universitario) che rappresenta il futuro di una nazione con il chiudere un occhio (talvolta anche due) sul corpo insegnante, i suoi “usi e costumi”.

01
Mag

Usa e getta.

USA e getta

200.gifQuesto scritto di Frank57, si può leggere integralmente, a pezzetti, in più giorni, quando si è giù di corda oppure in estasi. L’ho redatto piuttosto in…furiato per la servile decisione assunta da un pavido governo di centrosinistrina che, in ossequio alla voce del padrone, non è contrario all’allargamento della base statunitense a Vicenza. Per inciso, il 15 dicembre 1994, la bella città veneta è stata inserita nella lista dei beni “patrimonio dell’umanità”. Nella “World Heritage List” risultano iscritti i ventitrè monumenti palladiani del centro storico e tre ville site al di fuori dell’antica cinta muraria, pure realizzate dal famoso architetto. La città del Palladio può dunque fregiarsi del titolo di “patrimonio dell’umanità”, poiché “essa costituisce una realizzazione artistica eccezionale per i numerosi contributi architettonici di Andrea Palladio che, integrati in un tessuto storico, ne determinano il carattere d’insieme. Per cui una servitù militare ci sta come il classico elefante in cristalleria.

Tutto ciò premesso, ecco di seguito:

- Strage del Cermis

- Elenco dei morti

- Assoluzione del pilota

- Stupro (con attenuanti) di un reduce di guerra a Vicenza

- Stupro di un soldato Usa a Pordenone

- Urbanisti contrari alla base

- Elenco di tutte le basi e installazioni nella colonia italiana

Un aereo militare Usa ha urtato di striscio

la cabina del Cermis, precipitata nel vuoto

Strage della funivia morti tutti i passeggeri

Sono tutti morti i passeggeri della funivia del Cermis, precipitata nel pomeriggio dopo essere stata urtata di striscio da un aereo militare dei marine statunitensi impegnato in un’esercitazione nella zona di Cavalese, in Val di Fiemme, in piena stagione sciistica, causando la morte di venti persone. Secondo i soccorritori il manovratore, che era sulla seconda cabina, bloccata dai congegni di sicurezza a un centinaio di metri dalla stazione di arrivo, è stato portato a valle dalle squadre di soccorso e ricoverato in stato di choc presso l’ospedale di Cavalese.

La cabina che stava scendendo verso Cavalese si è schiantata al suolo poco lontano dal greto del fiume Avisio, precipitando nel vuoto per più di cento metri, dopo che l’impianto funiviario era stato centrato da un aereo militare americano in volo di addestramento, che dopo la sciagura è rientrato alla base di Aviano.

La cabina, di colore giallo, si è schiantata a un centinaio di metri dalla stazione a valle. Le lamiere sono completamente schiacciate e la cabina appare rovesciata, con il fondo girato verso l’alto. Sul posto è giunto un camion munito di una gru, che ha mosso la cabina per permettere il recupero delle salme. Sulla neve sono stati stesi grandi teli per deporvi i cadaveri(…)

(…) Ancora non è chiara la dinamica dell’incidente, è stato però rintracciato l’aereo che, secondo alcune dichiarazioni fornite dal ministero della Difesa, è stato identificato come un Ea-6b da guerra elettronica, dislocato ad Aviano (Pordenone) nell’ambito di missioni in Bosnia per conto della Nato, e non fa parte delle squadriglie della base Usaf di Aviano.

Il velivolo statunitense, con quattro persone a bordo, volava in missione di addestramento pianificata. L’aereo era partito da Aviano, e dopo aver urtato la cabina della funivia del Cermis ha ripreso quota ed è riuscito a rientrare in emergenza alla base nonostante i danni subiti alla fusoliera. Il pilota alla notizia della sciagura ha avuto un malore ma in volo non si è accorto di nulla e ha riferito solo di aver sentito un “grande scossone”.

la Repubblica 3 febbraio 1998

Il bilancio finale parla di 20 morti

Le inchieste: “Un errore del pilota”

Cermis, tre italiani tra le vittime

Ecco l’elenco ufficiale delle vittime della tragedia della Funivia: gli italiani Marcello Vanzo, di Cavalese (Trento); Edeltraud Zanon, nata a Innsbruck 56 anni,residente a Bressanone e Maria Steiner, 61 anni di Bressanone; i polacchi Ewa Strzelczyk e il figlio Filip; i belgi Rosemarie Ian Paul Eyskens (25 anni), Sebastian Van Den Heede, 27 anni di Bruges, Hadewich Anthonissen, 25 anni di Lille, Stefaan Martin Germaine Vermander, 28 anni di Bruges, Stefan Maria Luis Brekaert, 38 anni di Leuven. L’ olandese Danielle Groenleer, 21 anni di Apeldoorn; l’ austriaco Anton Voglsang, 38 anni di Innsbruck; i tedeschi Sonja Maria Weinhofer (19 anni, Vienna); Annelie Urban, nata a Weibig nel 1957 e il marito, Harald Urban (1957); Michael Poetschke 24 anni di Burgstadt; Dieter Frank Blumenfeld, 47 anni di Burgstadt; Marina Mandy Renkewitz 48 anni Burgstadt; Egon Uwe Renkewitz 47 anni di Chemnitz; Juergen Wunderlich, 44 anni di Hartmannsdorf.

I pezzi del velivolo statunitense schiantatosi sulla funivia sono stati sequestrati dal magistrato che ha disposto l’autopsia delle 20 salme. Due le inchieste avviate: dalla magistratura trentina, dall’aeronautica Usa, oltre ad altre di carattere amministrativo. Ad affiancare gli esperti statunitensi nell’inchiesta tecnica ci sarà anche un perito italiano: il colonnello Orfeo Durigon, comandante dell’aereoporto Pagliano e Gori di Aviano, da dove è partito il bireattore statunitense che ha provocato la tragedia.

Testimoni avrebbero visto l’aereo, di stanza nella base Usaf di Aviano, impennarsi bruscamente dopo aver raggiunto una bassissima quota, sicuramente al di sotto dei centocinquanta metri previsti dai regolamenti di volo.

In mattinata c’è stata la prima ispezione del velivolo e l’interrogatorio dei due piloti che rimangono a disposizione delle autorità giudiziaria, ma non sono stati ancora arrestati. Causa dell’incidente sarebbe stato l’errore del pilota: l’aereo militare sembra volasse a non più 100 metri, cioè ben al di sotto della recente legge del Consiglio provinciale che vieta i sorvoli della zona a quote inferiori a 500 metri.

Sul luogo della sciagura sono arrivati il presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro della Difesa Andreatta, l’ambasciatore statunitense in Italia Foglietta, che proprio lunedì scorso, ha raccontato, di aver sciato sulle Alpi nel tratto dove è avvenuto l’incidente. Ora la funivia rischia la chiusura, mentre su quanto accaduto divampano parecchie polemiche.

Il gruppo di Rifondazione Comunista chiede formalmente presentando un disegno di legge a Camera e Senato che vengano rinegoziate le presenze delle basi militari in Italia; l’arcivescovo di Trento, monsignor Giovanni Maria Sartori, va giù duro: “Basta con i voli a bassa quota. Sono preoccupato per le insistenti proteste di cittadini e autorità che lamentano l’uso indiscriminato del territorio del Trentino per esercitazioni aeronautiche militari -si legge in una nota della curia trentina-. E’ necessario porre fine a tutto questo tipo di esercitazioni che mettono in pericolo e inutilmente molte vite”.

“Non possiamo fare di ogni erba un fascio, ma è necessaria una profonda inchiesta che accerti le responsabilità su quanto accaduto. Non si possono stravolgere le nostre alleanze e le strutture di sicurezza collettiva”, il commento del ministro degli Esteri Lamberto Dini.

Così Scalfaro, da Salerno: “Esprimo una speranza: che la tragedia non sia dovuta a chi, usando mezzi spaventosi, non si interessa della vita altrui. Sarebbe terribile pensare che si possa giocare non pensando alla vita altrui. Comunque non ho il diritto di giudicare perchè non ho ancora tutti gli elementi per farlo”.

la Repubblica 4 febbraio 1998

La Corte marziale dichiara “non colpevole”

il capitano Richard Ashby

Assolto il pilota della strage del Cermis

Indignati i familiari delle vittime

Il pm Giardina: “Sentenza già scritta”

CAMP LEJEUNE - Con una sentenza a sorpresa, la corte marziale ha assolto il pilota Richard Ashby nel processo sulla strage del Cermis. Gli otto giurati dovevano decidere se condannare o assolvere Ashby dall’accusa di aver provocato la morte di 20 persone, più altri reati minori. La Corte marziale ha riconosciuto il capitano Ashby “non colpevole” per tutte le imputazioni.

Se fosse stato riconosciuto colpevole di tutti i capi di imputazione il pilota dei marines avrebbe rischiato un massimo di 206 anni di carcere. Alla lettura del verdetto della giuria della Corte marziale, raggiunto dopo sette ore e mezza di deliberazioni in camera di consiglio, i familiari di Ashby e il pilota hanno lanciato un urlo di gioia (…) Soddisfatti, naturalmente, gli avvocati della difesa: “Quanto avevamo prospettato nel corso delle indagini svolte in Italia - hanno dichiarato i legali Antonio e Bruno Malattia, che assistonono Ashby in Italia - si è dimostrato fondato, al vaglio di un dibattimento condotto con scrupolo”. Nell’esprimere un giudizio positivo e soddisfazione per la decisione della giuria americana, gli avvocati hanno spiegato che “in particolare si è riconosciuto che il volo del Prowler era stato autorizzato a una quota di 500 piedi, che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia e anche che il radar-altimetro presentava difetti di funzionamento”.

Di tutt’altro tenore i commenti rilasciati da chi è dall’altra parte della barricata. “Non c’è giustizia a questo mondo”: così hanno reagito i familiari familiari delle vittime tedesche del Cermis. “Se Ashby non è colpevole, allora vorremmo proprio sapere chi è il responsabile della tragedia”, aggiunto. “Il ruolo di poliziotti del mondo preteso dagli Stati Uniti si concretizza in una giustizia da caserma”: questa volta ad esternare l’avvocato Beppe Pontrelli, esponente del Comitato “Tre Febbraio per la giustizia”. Che ha aggiunto: “Questa sentenza deprecabile sia di lezione per quanti hanno tifato per la giustizia, rapidità e severità della magistratura militare americana. Venti vittime inutili, condannate a una morte senza giustizia, come da mesi avevamo ampiamente previsto. Per questo il Comitato si era lungamente battuto per lo svolgimento del processo in Italia” (…)

la Repubblica 4 marzo 1999

Stupro, nuova sentenza choc: pena più lieve per un reduce dall’Iraq
di red

l’Unità 8 marzo 2006

La violenza sessuale è meno grave se a compierla è un soldato statunitense appena tornato dall’Iraq. È quanto si può leggere nelle motivazioni della sentenza che spiega la condanna (del novembre scorso) per violenza sessuale a cinque anni e otto mesi (più 100 mila euro di risarcimento, invece dei 7 anni chiesti dal pm) di un parà statunitense di stanza alla caserma «Ederle» di Vicenza. Una condanna mitigata dal fatto che al parà in questione sono state concesse le attenuanti generiche a causa dell’«esperienza bellica ed extrabellica che lo ha logorato psicologicamente e spinto a dare minore importanza alla vita e alla incolumità altrui».

I fatti. Secondo quanto ricostruito in aula durante il processo James Michal Brown, parà di 27 anni dell’Oregon, la notte del 22 febbraio del 2004 (due giorni dopo il suo rientro dall’Iraq), ubriaco, fa salire sulla sua auto una coetanea nigeriana. Quindi la picchia, la violenta e la lascia per strada nuda, ammanettata e in evidente stato di choc. Sono proprio le manette Smith&Wesson (oltre che la descrizione fatta dalla ragazza) a tradire il soldato. Infatti sono in dotazione dei 1900 militari americani della caserma Ederle, sede della Task force dell’Europa meridionale.

La condanna e le attenuanti Alla fine del dibattimento il soldato (che nel frattempo è stato espulso dall’esercito e spedito in carcere in Germania) viene condannato per violenza sessuale: cinque anni e otto mesi più 100 mila euro di risarcimento. Il pm ne aveva chiesti 7 ma il tribunale ha stabilito che: «vanno riconosciute le attenuanti generiche, perché appare verosimile che l’imputato, nella commissione dei reati, sia stato influenzato da atti di violenza cui ha assistito in Iraq e che nulla avevano a che fare con la necessaria violenza bellica».

Uno stupro senza giustizia

Marco Galluzzo

Io Donna 26 giugno 2004

Lo stupro è avvenuto di giorno, in un attico di Pordenone, in pieno centro. La casa in uso a un militare americano, una piccola festa privata: il soldato, due albanesi, tre italiane minorenni. Una riesce a scappare, Chiara no. Qualche giorno dopo Chiara sta male, denuncia di aver subito violenza. Le indagini e i medici confermeranno un’azione di gruppo. Per la ragazzina occorrerà il ricovero in ospedale e uno psicologo per ricominciare. Le cronache locali del tempo, un anno e mezzo fa, se ne occuparono senza enfasi. Oggi quel caso è diventato un rebus giuridico, è approdato in parlamento, lambisce le relazioni fra due Stati. Un caso in cui la giustizia fatica ad affermarsi. E in cui il dramma personale di una giovane è stato nei mesi sommerso e allo stesso tempo ignorato da una montagna di documenti e da un delicato carteggio burocratico. L’Italia intende rinunciare al processo contro l’americano, l’unico in grado di risarcire il danno. Ma un piccolo giudice di provincia ha sin qui “disobbedito” la richiesta di Castelli e ha fissato l’udienza il 28 giugno.

La ricostruzione: Chiara, il nome è di fantasia, all’epoca dei fatti 14 anni, accusa tre albanesi e il soldato americano Robert Scott Gardner, 19 anni. I tre vengono arrestati, uno di loro collabora, conferma la ricostruzione della ragazza. Gardner invece viene solo interrogato, nega tutto, oggi lavora nella base militare Nato di Aviano(…) Si mette in moto la diplomazia, il comando americano di Aviano chiede al ministro della Giustizia di rinunciare alla giurisdizione in base alla Convenzione di Londra. Roberto Castelli firma di suo pugno la richiesta. Informa la Farnesina, allega un parere della Procura generale, chiede ai giudici di passare la mano alla Corte marziale, che verrà allestita nella base militare. A questo punto cominciano i problemi. L’avvocato di Chiara, Rosanna Lovere, grida allo scandalo: “La ragazzina è stata brutalizzata, la sua famiglia è andata in frantumi, e le si chiede di rinunciare alle garanzie del processo italiano. Una vergogna. Il dolore di questa ragazza non avrà mai una vera forma di risarcimento, ma almeno non si aggiunga altro danno. Non si aggiunga l’atmosfera di una corte militare, l’interrogatorio diretto, un codice che non prevede la richiesta di danni”. Il fatto approda in Parlamento: due interrogazioni denunciano un caso che non avrebbe precedenti dal 1945 a oggi. Sarebbe la prima volta (il ministero non nega) che per un reato riconosciuto dallo stesso Castelli di “particolare gravità”, senza alcun collegamento con le mansioni del soldato, l’Italia passa la mano. In casi come questo (nulla a che fare con il Cermis) la priorità della giurisdizione è italiana, la rinuncia un atto discrezionale. C’è anche un rimpallo di responsabilità: per il ministro “c’era il parere favorevole della Procura generale”. Dario Grohmann, procuratore generale a Trieste, dice che il proprio parere “non è vincolante” e che “la scelta è politica”. Nell’atto di rinuncia il ministero promette a Chiara che gli Stati Uniti “faranno fronte ai risarcimenti”. L’avvocato Rovere ha inviato una domanda al ministero, ricevuto risposta dopo nove mesi, appreso che non esistono garanzie. Oggi il destino di Chiara è nelle mani del gip Rodolfo Piccin, che ha più di un dubbio sulla legittimità, in questo caso, di una Corte marziale. Finora Chiara è stata interrogata già tre volte. A venti mesi dalla violenza non sa ancora a chi chiedere giustizia. Né da dove cominciare.

La base Usa a Vicenza? Che scempio

Orsola Casagrande

il manifesto 13 ottobre 2006

Anche gli urbanisti si schierano contro il raddoppio dell’attuale base militare americana a Vicenza. Nomi illustri, da Edoardo Salzano a Bibo Cecchini, da Maria Cristina Gibelli a Vezio De Lucia, hanno apposto la loro firma in calce a un appello che ricorda come il raddop­pio della base militare Usa, se avvenis­se, «comporterebbe un’aggiunta di ulte­riori 600 mila metri cubi di caserme e magazzini a quelli già esistenti in un ter­ritorio devastato dalla dispersione disor­dinata degli insediamenti industriali, commerciali e residenziali». Quel bloc­co di cemento già presente ha invaso le campagne del vicentino per ben 56 mi­lioni di metri cubi.

Ma per gli urbanisti raddoppiare la base significherebbe anche «l’aumento del potenziale aggressivo localizzato in Italia». Una scelta che «contrasterebbe con l’impegno del governo e del parla­mento di contribuire a far crescere un’Europa di pace». I firmatari chiedono al governo di non autorizzare l’inter­vento. E la stessa cosa, stando a un son­daggio commissionato nei giorni scorsi, chiede la maggioranza degli abitanti di Vicenza. Per il 61% degli intervistati in­fatti la nuova base non si deve fare. Do­po il rimpallo comune-governo, qualcu­no però dovrà dire qualcosa sul futuro dell’aeroporto civile Dal Molin, al cen­tro degli interessi americani che pro­prio lì vorrebbero costruire la nuova ba­se dove verrebbe riunificata la 173° bri­gata: milleseicento militari in più a cui vanno aggiunti i civili (circa 2000 perso­ne in totale) ora dislocati in Germania (a Bamberga e Schweinfurt).

Un sondaggio realizzato da Demos e Pi ha messo in luce l’attenzione che i cit­tadini di Vicenza e Caldogno (il Dal Molin si trova a ridosso del paesino) presta­no all’evoluzione del progetto. Favore­voli e contrari argomentano le loro posi­zioni in modo articolato. Se la dimensio­ne economica prevale tra le motivazio­ni di chi è favorevole al progetto (il 54% degli intervistati dice che la nuova base porterebbe lavoro e benessere in città e nei comuni limitrofi), quella «pacifista» prevale tra chi sostiene che la base non si debba fare, fl 28% degli intervistati a Vicenza (e il 23% di quelli a Caldogno) non condivide infatti l’idea che gli even­tuali attacchi verso il Medioriente possa­no partire proprio da Vicenza.

Sul fronte istituzionale, ancora non è stato convocato un consiglio comunale per discutere del progetto, anche se ieri il ministro della Difesa Arturo Parisi ha dato la sua disponibilità a incontrare il sindaco forzista Enrico Hullweck. Alla maggioranza comunque non piace l’idea di un referendum, che è invece una opzione indicata soprattutto dai cit­tadini anche nell’ultimo sondaggio (l’85% degli intervistati lo ritiene utile). Ma la voglia di partecipazione tra i cittadini è tanta, sia tra i sostenitori del pro­getto che tra i contrari. Così per esem­pio otto persone su dieci si dicono pron­te a firmare petizioni pubbliche, una su due a partecipare a manifestazioni e una su cinque anche a mettere in atto forme di protesta contrarie alle leggi vi­genti (occupazione di edifici, blocco del traffico), pur di manifestare il proprio dissenso al progetto e magari contribui­re a impedirne la realizzazione (…).

Elenco delle basi e delle installazioni militari degli Usa in Italia.

Le sigle
Usaf: aviazione
Navy: marina
Army: esercito
Nsa: National security agency [Agenzia di sicurezza nazionale]
Setaf: Southern european task force [Task force sudeuropea]
Elenco per Regioni
Trentino Alto Adige
1. Cima Gallina [Bz]. Stazione telecomunicazioni e radar dell’Usaf.

2. Monte Paganella [Tn]. Stazione telecomunicazioni Usaf.
Friuli Venezia Giulia

3. Aviano [Pn]. La più grande base avanzata, deposito nucleare e centro di telecomunicazioni dell’Usaf in Italia [almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell’Usaf [un gruppo di cacciabombardieri ] utilizzate in passato nei bombardamenti in Bosnia. Inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell’aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Si presume che la base ospiti, in bunker sotterranei la cui costruzione è stata autorizzata dal Congresso, bombe nucleari. Nella base aerea di Aviano (Pordenone) sono permanentemente schierate, dal 1994, la 31st Fighter Wing, dotata di due squadriglie di F-16 [nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, effettuo' in 78 giorni 9.000 missioni di combattimento: un vero e proprio record] e la 16th Air Force. Quest’ultima è dotata di caccia F-16 e F-15, e ha il compito, sotto lo U. S. European Command, di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo non solo nell’Europa meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nordafrica. Essa opera, con un personale di 11.500 militari e civili, da due basi principali: Aviano, dove si trova il suo quartier generale, e la base turca di Incirlik. Sara’ appunto quest’ultima la principale base per l’offensiva aerea contro l’Iraq del nord, ma l’impiego degli aerei della 16th Air Force sara’ pianificato e diretto dal quartier generale di Aviano.

4. Roveredo [Pn]. Deposito armi Usa.

5. Rivolto [Ud]. Base USAF.

6. Maniago [Ud]. Poligono di tiro dell’Usaf.

7. San Bernardo [Ud]. Deposito munizioni dell’Us Army.

8. Trieste. Base navale Usa.

Veneto
9. Camp Ederle [Vi]. Quartier generale della Nato e comando della Setaf della Us Army, che controlla le forze americane in Italia, Turchia e Grecia. In questa base vi sono le forze da combattimento terrestri normalmente in Italia: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio. Importante stazione di telecomunicazioni. I militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa duemila.
10. Vicenza: Comando Setaf. Quinta Forza aerea tattica [Usaf]. Probabile deposito di testate nucleari.

11.Tormeno [San Giovanni a Monte, Vi]. Depositi di armi e munizioni.
12. Longare [Vi]. Importante deposito d’armamenti.

13. Oderzo [Tv]. Deposito di armi e munizioni

14. Codognè [Tv]. Deposito di armi e munizioni

15. Istrana [Tv]. Base Usaf.

16. Ciano [Tv]. Centro telecomunicazioni e radar Usa.

17. Verona. Air Operations Center [Usaf ]. e base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa; Centro di telecomunicazioni [Usaf].

18. Affi [Vr]. Centro telecomunicazioni Usa.

19. Lunghezzano [Vr]. Centro radar Usa.

20. Erbezzo [Vr]. Antenna radar Nsa.

21. Conselve [Pd ]. Base radar Usa.

22. Monte Venda [Pd]. Antenna telecomunicazioni e radar Usa.

23. Venezia. Base navale Usa.

24. Sant’Anna di Alfaedo [Pd]. Base radar Usa.

25. Lame di Concordia [Ve]. Base di telecomunicazioni e radar Usa.

26. San Gottardo, Boscomantivo [Ve]. Centro telecomunicazioni Usa.

27. Ceggia [Ve]. Centro radar Usa

Lombardia
28. Ghedi [Bs]. Base dell’Usaf, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari.
29. Montichiari [Bs]. Base aerea [Usaf ].

30. Remondò [Pv]. Base Us Army.

108. Sorico [Co]. Antenna Nsa.

Piemonte

31. Cameri [No]. Base aerea Usa con copertura Nato.

32. Candelo-Masazza [Vc]. Addestramento Usaf e Us Army, copertura Nato.
Liguria
33. La Spezia. Centro antisommergibili di Saclant [vedi 35].

34. Finale Ligure [Sv]. Stazione di telecomunicazioni della Us Army.
35. San Bartolomeo [Sp]: Centro ricerche per la guerra sottomarina. Composta da tre strutture. Innanzitutto il Saclant, una filiale della Nato che non è indicata in nessuna mappa dell’Alleanza atlantica. Il Saclant svolgerebbe non meglio precisate ricerche marine: in un dossier preparato dalla federazione di Rifondazione si parla di “occupazione di aree dello specchio d’acqua per esigenze militari dello stato italiano e non [ricovero della VI flotta Usa]“. Poi c’è Maricocesco, un ente che fornisce pezzi di ricambio alle navi. E infine Mariperman, la Commissione permanente per gli esperimenti sui materiali da guerra, composta da cinquecento persone e undici istituti [dall'artiglieria, munizioni e missili, alle armi subacquee].
Emilia Romagna

36. Monte San Damiano [Pc]. Base dell’Usaf con copertura Nato.

37. Monte Cimone [Mo]. Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

38. Parma. Deposito dell’Usaf con copertura Nato.

39. Bologna. Stazione di telecomunicazioni del Dipartimento di Stato.

40. Rimini. Gruppo logistico Usa per l’attivazione di bombe nucleari.

41. Rimini-Miramare. Centro telecomunicazioni Usa.

Marche
42. Potenza Picena [Mc]. Centro radar Usa con copertura Nato.
Toscana
43. Camp Darby [Pi]. Il Setaf ha il più grande deposito logistico del Mediterraneo [tra Pisa e Livorno], con circa 1.400 uomini, dove si trova il 31st Munitions Squadron. Qui, in 125 bunker sotterranei, e’ stoccata una riserva strategica per l’esercito e l’aeronautica statunitensi, stimata in oltre un milione e mezzo di munizioni. Strettamente collegato tramite una rete di canali al vicino porto di Livorno, attraverso il Canale dei Navicelli, è base di rifornimento delle unità navali di stanza nel Mediterraneo. Ottavo Gruppo di supporto Usa e Base dell’US Army per l’appoggio alle forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo, nel Golfo, nell’Africa del Nord e la Turchia.

44. Coltano [Pi]. Importante base Usa-Nsa per le telecomunicazioni: da qui sono gestite tutte le informazioni raccolte dai centri di telecomunicazione siti nel Mediterraneo. Deposito munizioni Us Army; Base Nsa.

45. Pisa [aeroporto militare]. Base saltuaria dell’Usaf.

46. Talamone [Gr]. Base saltuaria dell’Us Navy.

47. Poggio Ballone [Gr]. Tra Follonica, Castiglione della Pescaia e Tirli: Centro radar Usa con copertura Nato.

48. Livorno. Base navale Usa.

49. Monte Giogo [Ms]. Centro di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.
Sardegna
50. La Maddalena - Santo Stefano [Ss]. Base atomica Usa, base di sommergibili, squadra navale di supporto alla portaerei americana “Simon Lake”.

51. Monte Limbara [tra Oschiri e Tempio, Ss]. Base missilistica Usa.

52. Sinis di Cabras [Or]. Centro elaborazioni dati [Nsa].

53. Isola di Tavolara [Ss]. Stazione radiotelegrafica di supporto ai sommergibili della Us Navy.

54. Torre Grande di Oristano. Base radar Nsa.

55. Monte Arci [Or]. Stazione di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

56. Capo Frasca [Or]. Eliporto ed impianto radar Usa.

57. Santulussurgiu [Or]. Stazione telecomunicazioni Usaf con copertura Nato.

58. Perdasdefogu [Nu]. Base missilistica sperimentale.

59. Capo Teulada [Ca]. Da Capo Teulada a Capo Frasca [Or ], all’incirca 100 chilometri di costa, 7.200 ettari di terreno e più di 70 mila ettari di zone “off limits”: poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta americana e della Nato.

60. Cagliari. Base navale Usa.

61. Decimomannu [Ca]. Aeroporto Usa con copertura Nato.

62. Aeroporto di Elmas [Ca]. Base aerea Usaf.

63. Salto di Quirra [Ca]. poligoni missilistici.

64. Capo San Lorenzo [Ca]. Zona di addestramento per la Sesta flotta Usa.

65. Monte Urpino [Ca]. Depositi munizioni Usa e Nato.

Lazio

66. Roma. Comando per il Mediterraneo centrale della Nato e il coordinamento logistico interforze Usa. Stazione Nato

67. Roma Ciampino [aeroporto militare]. Base saltuaria Usaf.

68. Rocca di Papa [Rm]. Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato, in probabile collegamento con le installazioni sotterranee di Monte Cavo

69. Monte Romano [Vt]. Poligono saltuario di tiro dell’Us Army.

70. Gaeta [Lt]. Base permanente della Sesta flotta e della Squadra navale di scorta alla portaerei “La Salle”.

71. Casale delle Palme [Lt]. Scuola telecomunicazioni Nato sotto controllo Usa.

Campania

72. Napoli. Comando del Security Force dei Marines. Base di sommergibili Usa. Comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo. Porto normalmente impiegato dalle unità civili e militari Usa. Si calcola che da Napoli e Livorno transitino annualmente circa cinquemila contenitori di materiale militare.

73. Aeroporto Napoli Capodichino. Base aerea Usaf.

74. Monte Camaldoli [Na]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

75. Ischia [Na]. Antenna di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

76. Nisida [Na]. Base Us Army.

77. Bagnoli [Na]. Sede del più grande centro di coordinamento dell’Us Navy di tutte le attività di telecomunicazioni, comando e controllo del Mediterraneo.

78. Agnano [nelle vicinanze del famoso ippodromo]. Base dell’Us Army.

80. Licola [Na]. Antenna di telecomunicazioni Usa.

81. Lago Patria [Ce]. Stazione telecomunicazioni Usa.

82. Giugliano [vicinanze del lago Patria, Na]. Comando Statcom.

83. Grazzanise [Ce]. Base saltuaria Usaf.

84. Mondragone [Ce]: Centro di Comando Usa e Nato sotterraneo antiatomico, dove verrebbero spostati i comandi Usa e Nato in caso di guerra

85. Montevergine [Av]: Stazione di comunicazioni Usa.

Basilicata

79. Cirigliano [Mt]. Comando delle Forze Navali Usa in Europa.

86. Pietraficcata [Mt]. Centro telecomunicazioni Usa e Nato.

Puglia

87. Gioia del Colle [Ba]. Base aerea Usa di supporto tecnico.

88. Brindisi. Base navale Usa.

89. Punta della Contessa [Br]. Poligono di tiro Usa e Nato.

90. San Vito dei Normanni [Br]. Vi sarebbero di stanza un migliaio di militari americani del 499° Expeditionary Squadron;.Base dei Servizi Segreti. Electronics Security Group [Nsa ].

91. Monte Iacotenente [Fg]. Base del complesso radar Nadge.

92. Otranto. Stazione radar Usa.

93. Taranto. Base navale Usa. Deposito Usa e Nato.

94. Martinafranca [Ta]. Base radar Usa.

Calabria

95. Crotone. Stazione di telecomunicazioni e radar Usa e Nato.

96. Monte Mancuso [Cz]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

97. Sellia Marina [Cz]. Centro telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

Sicilia

98. Sigonella [Ct]. Principale base terrestre dell’Us Navy nel Mediterraneo centrale, supporto logistico della Sesta flotta [circa 3.400 tra militari e civili americani ]. Oltre ad unità della Us Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’Usaf: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una.

99. Motta S. Anastasia [Ct]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

100. Caltagirone [Ct]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

101. Vizzini [Ct]. Diversi depositi Usa.

102. Palermo Punta Raisi [aeroporto]. Base saltuaria dell’Usaf.

103. Isola delle Femmine [Pa]. Deposito munizioni Usa e Nato.

104. Comiso [Rg]. La base risulterebbe smantellata.

105. Marina di Marza [Rg]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

106. Augusta [Sr]. Base della Sesta flotta e deposito munizioni.

107. Monte Lauro [Sr]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

109. Centuripe [En]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

110. Niscemi [Cl]. Base del NavComTelSta [comunicazione Us Navy ].

111. Trapani. Base Usaf con copertura Nato.

112. Isola di Pantelleria [Tp]: Centro telecomunicazioni Us Navy, base aerea e radar Nato.

113. Isola di Lampedusa [Ag]: Base della Guardia costiera Usa. Centro d’ascolto e di comunicazioni Nsa.

Autore: Frank57

01
Mag

L’estremismo dell’uomo medio.

Noi non abbiamo un concetto chiaro di cosa sia la moderazione e, di converso, l’estremismo.

Non ci sono (stati) solo gli estremismi di destra o di sinistra, con corollario di atti vandalici, c’è pure quello della fascia media che si presenta allo stadio o ad un concerto pop. I fatti che hanno visto la morte del Raciti possono esserne un esempio. In una situazione del genere, non si può fare altro che desiderare una figura paterna che riporti ordine e armonia.


Non escludo che tutto ciò sia opera di provocatori. Ma vado più a fondo. La partita di calcio o il concerto pop stimolano le energie degli spettatori e poi esigono che gli stessi siano solo spettatori e guardino gli altri che spendono energia. All’espropriazione del proprio corpo il pubblico può reagire in modo violento, incontrollato.
Nello sport (e in quella polis chiamata campo sportivo) la chiacchiera sportiva non ha nulla in comune con lo sport giocato che ne rimane il pretesto remoto. Parlare di sport senza farlo è non solo espropriare il proprio corpo ma anche le proprie prerogative di uomo della polis politica, perchè di fatto chi parla di politica fa già politica, al contrario di chi parla di sport senza praticarlo.
L’energia dello stadio, come quella del concerto, è energia dirottata. La vittima sportiva, docile strumento del potere, dirotta i propri istinti in riserve di caccia dove la sua rabbia è controllata. Questa violenza contro incolpevoli potrà essere usata al momento opportuno: gli stadi sono una riserva di energia per ogni dittatura che sappia offrire un oggetto d’amore altrettanto mitico e inconsistente del gioco non giocato.
Come per le squadre di calcio, anche l’industria del disco ha irregimentato la spontaneità originaria restituendoci oggetti prefabbricati. Anche in un Palalido si riproduce il rapporto disumano tra una platea che non può partecipare ed essere come i personaggi industrializzati che danno lo spettacolo di una liberazione impossibile. Campo sportivo e Palalido sono luoghi di rappresentazione fittizia, dove non ci si riappropria di nulla di concreto.

01
Mag

Cocchi di mamma.

Uòlter non è sarcastico verso i suoi avversari politici. A dire il vero non li attacca mai. Smorzare i toni finisce con lo smorzarti? In compenso sia Uòlter che Francesco mandano lettere di congratulazioni ai propri avversari. E le poche volte che si degnano di dire qualcosa non sono nemmeno sarcastici. Ieri, ad esempio, solo un portavoce dell’Italia dei Valori è stato capace (o ha avuto il coraggio) ha rimproverato la Destra di non aver dato all’opposizione la presidenza di una delle due camere del Parlamento. Essi hanno l’atteggiamento dei cocchi di mamma, di coloro i quali - attaccati dal compagno di classe cattivo - chiamano la mamma a difenderli.

Con uomini così c’è proprio da complimentarsi. Sono sicuramente le persone più adatte a fronteggiare l’attacco delle cavallette di questi prossimi mesi ed anni.