È la sera del 28 gennaio 1955. Luciano Rapotez, muratore, ex partigiano friulano di 35 anni, tornando a casa, trova la polizia ad attenderlo davanti al portone. Nessuna spiegazione: gli agenti lo caricano su una camionetta e lo portano in questura, dove l’uomo viene a sapere di essere accusato di omicidio. La polizia è convinta di aver catturato una delle cinque persone che nove anni prima hanno rapinato e ucciso, vicino Trieste, l’orefice Giulio Trevisan, la sua fidanzata Lidia Ravasini e una cameriera.
Archivia per 7 Aprile 2008
Ingiustizie.
Non credo che il nostro problema principale quello di rispondere a papa Ratzinger….
Non dubito che esso sia operativo in Cina ma noi abitiamo qui e i media cinesi ci fanno un baffo. Il problema, semmai, nel campo anti-imperialista risiede nel chiarificare la propria posizione rispetto alla Cina ed anche verso altri paesi che contrastano (o sembrano farlo) gli interessi occidentali. Qualcuno di questi signori sostengono che la Cina o gli altri paesi “concorrenti” dei paesi occidentali non vadano appoggiati perché non hanno dei regimi socialisti bensì perché potrebbero portare scompiglio nel nostro fronte con tutte le possibili ricadute ed indebolimento dell’imperialismo d’occidente.
E’ già buono che essi non riconoscano alla Cina un ruolo nella lotta anti-capitalista. E la loro posizione “geostrategica” che ipotizza un indebolimento di questo fronte non è assolutamente campata in aria. Anche se si fonda sull’assioma – che io non condivido – che ci assicura che “il nemico del mio nemico sia mio amico”.
Premesso che, il Tibet non può essere considerato una entità indipendente se non nella misura in cui, più o meno mezza Europa, avrebbe piacere si rivedessero i propri confini nazionali, soprattutto perché ampi gruppi di potere gradirebbero ritagliarsi un pezzo di potere ex-novo, ho una ulteriore considerazione da fare.
Il ruolo di una entità nazionale o semplicemente di una nazione non si esaurisce nei confini del gruppo etnico dominante politicamente o economicamente. Di solito (senza andare in America Latina) i destini delle nazioni sono condivisi da più gruppi etnici che in essa, nella sua storia ed intrecci culturali, vede realizzati i propri bisogni sociali. O l’ambito nel quale essi si possono realizzare.
Evidentemente, nel caso in esame, sarebbe meglio dichiarare che il Tibet non vuole condividere la propria storia con la Cina ma preferisce, per una sintesi di interessi, condividerla con paesi più remoti e possibilmente occidentali.
Ma allora, senza troppi giri di parole, le lotte di liberazione nazionale vanno appoggiate in blocco? Attraverso quali distinzioni politiche possiamo classificarle in maniera differente le une rispetto alle altre? Ancora: visto che le lotte di liberazione nazionale, nel movimento comunista, erano una declinazione della questione sociale, e dovevano servire a portare a compimento la rivoluzione borghese per poi dispiegare la politica comunista, sono esse ancora attuali nel XXI secolo?
Sono domande alle quali dovremo rispondere se vogliamo affrontare le questioni politiche come quella del Tibet o di altre aree del mondo, in maniera politicamente chiara, e non solo come una variante dello scontro mediatico in corso.