di Gianluca Bifolchi
***AGGIORNAMENTO***
Le FARC prendono parte alla marcia del 6 marzo con il rilascio di altri quattro ostaggi:
La biologa Ana María Aldana Serrano, professoressa dell’Università de Los Andes, a Bogotá; César Hoyos Benítez, proprietario di un hotel di Nuquí; Hernando Martínez Rodríguez, professore del Servizio Nazionale di avviamento al lavoro; il commerciante José Arnulfo Rodríguez Barrera.
Secondo la Croce Rossa Internazionale sono tutti in buono stato di salute.
Tra qualche ora a Bogotá e in molte altre città del mondo dovrebbe avere inizio la marcia contro il paramilitarismo e la violenza di stato in Colombia. Ammetto di essere un po’ scettico sulla sua riuscita, soprattutto perché dovrebbe essere una risposta al grande successo uribista della marcia del 4 febbraio.
Ho spiegato le ragioni del mio scetticismo , ma questo nulla toglie ai meriti degli organizzatori e all’importanza della piattaforma, e soprattutto nulla toglie che potrei sbagliarmi nella mia previsione.
Del resto non voglio posare per ciò che non sono, e cioè un esperto della società colombiana, anche se sono sicuro che Uribe non la rappresenti se non in piccola parte.
Naturalmente non posso che fare i miei migliori auguri.
Il consiglio permanente dellOrganizzazione degli Stati Americani (OEA) ha approvato ieri una risoluzione che riconosce la violazione della sovranità ecuadoriana da parte della Colombia, ma non ha espresso condanna verso gli autori della violazione. In ciò il consiglio ha respinto una precedente risoluzione, presentata, dall’Ecuador, che condannava la Colombia.
Il bizantinismo si spiega con la presenza degli Stati Uniti all’interno dell’OEA, che non solo hanno respinto la condanna, ma hanno fatto enormi difficoltà anche al rinoscimento della violazione di sovranità perché l’esercito colombiano, a loro dire, stava agendo per autodifesa contro le FARC.
La questione non è comunque archiviata, dato che il consiglio ha disposto la costituzione di una commissione di inchiesta, presieduta dal segretario generale dell’Organizzazione, Miguel Insulza, e da quattro ambasciatori, in rappresentanza di quattro stati membri, che visiterà al più presto i due paesi, ed elaborerà un rapporto che verrà sottoposto alla riunione dei ministri degli esteri dell’OEA che si terrò il 17 marzo.
Speriamo che non sia un rapporto “politico”, nelle migliori tradizioni dell’OEA.
In una conferenza stampa tenuta a Caracas insieme a Hugo Chávez, Rafael Correa ha detto che la risoluizione dell’OEA è un passo avanti, ma che si aspetta si arrivi ad una condanna “senza se e senza ma” della condotta bellicista del governo colombiano.
In case contrario l’Ecuador saprà far rispettare la sua sovranità e chiamare la Colombia a rispondere dell’oltraggio subito.
Correa ha poi respinto una volta di più tutte le voci fatte circolare dalle autorità colombiane tratte dai presunti documenti contenuti nei computer trovati sul luogo del bombardamento.
Riferendosi alla versione dei fatti colombiana Correa ha detto: “L’Ecuador è stato bombardato da un governo aggressivo e bellicista. Le sue menzogne cadono: prima negano l’attentato alla nostra sovranità, poi lo riconoscono. Poi ancora passano da accusati ad accusatori”. “Più parlano e più si contraddicono”.
Chi avesse nutrito un filino di simpatia per il presidente francese Nicolas Sarkozy in nome di un presunto ruolo anti-uribista assunto negli ultimi tempi, evidentemente dimentica chi è Sarkozy, la sua storia, ed il fatto elementare che l’unica ragione per cui si interessa della guerra civile in Colombia è il passaporto francese della Betancourt. Data la caratura della prigioniera eccellente delle FARC, se Sarkozy riuscisse a legare il suo nome alla sua liberazione, risalirebbe un po’ nei sondaggi, nei quali figura attualmente in caduta libera.
State certi che quando la Betancourt sarà salva (si spera…) in territorio francese, né Sarkozy né Kouchner scriveranno più bigliettini di simpatia e ringraziamento a Chávez.
A togliere ogni dubbio al riguardo ci sono le sue dichiarazioni di ieri, con le quali il presidente francese pone in modo esplicito il destino della Betancourt sul conto delle responsabilità delle FARC.
Parlando alla radio colombiana RCN Sarkozy ha detto riferendosi alle FARC: “Una cosa è sicura: se Ingrid Betancourt non viene liberata in una conice umanitaria non usciranno mai dall’elenco [delle organizzazioni terroristiche]“. E’ interessante notare che scorrendo tutte le sue affermazioni, non assume alcun impegno di cosa farà la Francia in caso di esito felice, lasciando intendere che probabilmente si dimenticheranno dell’intera storia, e le FARC potranno marcire in quella lista per altri cinquant’anni.
La frase in cui afferma di rispettare “il piano di sicurezza del signor Uribe. ma… non deve sboccare nella morte di Ingrid”, è ovviamente pilatesco, perché se Ingrid morirà sotto una pioggia di cluster bomb presto verrà celebrata nella Francia di Sarkozy e nella Colombia di uribe come martire della lotta al terrorismo.
“Alte fonti militari” colombiane, che restano anonime, rilasciano alla radio RCN interessanti dichiarazioni sui retroscena dell’attacco alla base delle FARC.
La localizzazione dell’area in cui erano accampate le FARC sarebbe stata effettuata mercoledì 27 febbraio, attraverso l’intercettazione di una telefonata satellitare che Chávez avrebbe fatto a Reyes, per parlargli del rilascio di quattro prigionieri delle FARC (Gloria Polanco, Luis Eladio Pérez, Orlando Beltrán, Jorge Eduardo Gechem) previsto per quella giornata.
“Chávez emozionato chiamò Reyes e lo informò che tutto era andato bene”, rivela la fonte di RCN. “Ironia della sorte è stata la telefonata di Chávez che ha permesso l’eliminazione di Reyes”
La radio sostiene anche che secondo l’intelligenze colombiana “Tirofijo”, nomignolo di Manuel Marulanda, a sua volta nome di battaglia di Pedro Antonio Marín, è malato e si rifugia in una tenuta in territorio venezuelano. Secondo le stese fonti anonime di RCN l’immediata reazione di Chávez, che ha mandato dieci battaglioni di carri armati alla frontiera con la Colombia, avrebbe avuto lo scopo di proteggere Marulanda, e impedire all’Esercito colombiano di ucciderlo, come ha fatto con Reyes.
Sta di fatto che queste fonti smentiscono l’accidentalità dell’attacco in territorio ecuadoriano alle FARC, come si leggeva nella prima versione dei fatti rilasciata dalle autorità colombiane, e in qualche modo dovrebbero produrre un qualche imbarazzo a Uribe. Questo mi ha fatto ricordare che circa un anno fa lessi lettere anonime di ufficiali colombiani pubblicate da vari organi di stampa, tutt’altro che soddisfatti di come Uribe sta conducendo la lotta alle FARC ed aperte a formule di pacificazione nazionale.
Ma non sono sicuro che ci sia un legame tra le due cose.
Ho letto cose di estremo interesse in questi giorni sulla possibilità che i computer delle FARC possano essere stati raccolti dall’esercito colombiano in condizioni sufficientemente buone per estrarne i dati. La questione è se è credibile che un’onda d’urto generata dall’esplosione degli ordigni sia sufficientemente forte da uccidere delle persone, ma possa non danneggiare anche apparecchiature delicate come dei laptop, presenti nella stessa area, in maniera tale da non cancellarne le memorie.
Dico subito che non ho una mia teoria al riguardo, e che non mi sono unito a quelli che hanno detto da subito che non era possibile.
In effetti ho rilevato come nella sua conferenza stampa di lunedì, Oscar Naranjo, il capo della poliiza colombiana, in base ai dati trovati in un computer abbia riferito di un contatto tra Gustavo Larrea, ministro della sicurezza ecuadoriana, e Raúl Rejes, che poi il primo ha poi confermato.
Ovviamente Naranjo poteva essere a conoscenza di quella circostanza attraverso fonti di intelligenze, ma aveva interesse a far credere che l’informazione venisse dal computer perché a quel punto poteva inventare qualunque cosa. Ma io non credo che sia impossibile che il computer conservasse ancora le sue memorie in qualche forma leggibile.
La questione, però, è del tutto secondaria. Le prove digitali, a differenza delle prove materiali, sono estremamente volatili e manipolabili, e nel momento in cui i computer sono finiti nelle mani di una delle due parti in conflitto, senza il controllo di una terza parte indipendente che garantisse l’integrità dei dati, i Colombiani potevano inventare qualunque cosa. E non bisogna necessariamente avere un pregiudizio di mendacità verso i Colombiani, per pensare che da quel momento qualunque cosa avessero detto proveniente da quelle fonti, avrebbe dovuto essere presa con le molle, perché questo è l’ABC della guerra psicologica.
Ecco in connessione alla morte di Raúl Reyes un articolo che discute problemi di informatica forense, e in particolare i problemi legati all’autenticità di una firma elettronica e la validità probatoria delle informazioni ad essa collegate.
Articolo originale pubblicato su: http://achtungbanditen.splinder.com/
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